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18 de junio de 2018

Italia: Gli “antisistema” e la destra xenofoba al potere

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La formazione di un governo in Italia è stata un’esperienza tortuosa, che ha richiesto tre mesi di trattative e si è conclusa con una vera e propria mostruosità: la formazione di un governo di coalizione tra gli “antisistema” del Movimento 5 Stelle e la ultra-xenofoba Lega (ex Lega Nord).

L’accordo originario prevedeva la nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, le cui dichiarazioni a favore di un’uscita dall’euro hanno generato una vera e propria esplosione di mercati e istituzioni. In un evento senza precedenti per il regime parlamentare italiano, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha contestato il governo e ha minacciato di chiedere la formazione di un governo alternativo, guidato da un ex alto funzionario del FMI. La manovra ha avuto un chiaro sostegno da parte dell’Unione Europea, ma è stata priva di legittimità, in quanto il partito di Mattarella, il PD, è arrivato terzo alle elezioni di marzo e se si fossero tenute nuove elezioni i sondaggi hanno indicato che sarebbe sceso ancora di più. Infine, dopo diversi giorni di crisi politica e istituzionale e nel bel mezzo di una frenetica gestione finanziaria, il governo è stato riformulato con la nomina di un nuovo ministro dell’Economia e il trasferimento di Savona al ministero degli Affari europei.

Nonostante il fatto che il M5S aveva quasi il doppio di deputati rispetto alla lega, gli ha concesso la metà dei posti di gabinetto. La nomina di Giuseppe Conte a Primo Ministro dimostra la precarietà dell’accordo raggiunto. Si tratta di un assoluto “outsider”, quasi sconosciuto, senza esperienza politica e completamente manipolabile. Avrà come vice Luigi Di Maio, volto principale della M5S, e Matteo Salvini, leader della Lega. Entrambi ricopriranno la carica di Vice Primi Ministri oltre a ricoprire gli incarichi presso il Ministero del Lavoro per Di Maio e presso il Ministero dell’Interno per Salvini.

 

Dall’euroscetticismo alla euro-rassegnazione (provvisoria)

L’episodio aperto con la nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia e il successivo veto presidenziale illustrano le contraddizioni che la borghesia italiana sta attraversando e la sua divisione. Savona non è un uomo anti-establishment, ma un cospicuo rappresentante del grande capitale italiano: ha iniziato la sua carriera presso la Banca d’Italia e da allora ha lavorato per grandi aziende e istituzioni, come Aeroporti di Roma, il gigante dell’edilizia Impregilo, l’associazione dei datori di lavoro Confindustria e anche l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Inoltre, il titolo di ministro non è nuovo per lui, dal momento che nel 1993 è stato responsabile del portafoglio dell’industria, del commercio e dell’artigianato per un anno. Anni fa Savona progettò un piano economico, noto come “Piano B”, che prevedeva “la creazione di una nuova moneta e poi la sua svalutazione” e “strumenti efficaci per negoziare con le istituzioni europee, anche con il supporto di potenze esterne al Paese”. Questo piano di salvataggio della borghesia italiana (negoziato con i “poteri esterni”), il cui costo sarà sostenuto dai lavoratori attraverso la svalutazione, sta acquistando peso tra i proprietari di medie e grandi industrie sull’orlo del fallimento e anche tra alcune banche che rischiano di essere inghiottite dalle istituzioni finanziarie europee.

Dal 2007 l’Italia ha subito 17 trimestri di crescita economica negativa. Il debito pubblico dell’Italia è di 2300 miliardi di euro, pari al 132% del PIL. L’attività bancaria italiana è estremamente fragile. Nel maggio dello scorso anno il Monte Dei Paschi di Siena, la terza banca più grande d’Italia, insieme ad altre, ha dovuto essere salvata dal governo.

 

Il crollo delle borse europee della scorsa settimana, conseguenza della crisi politica, ha messo nuovamente in luce il livello di esposizione delle banche italiane nel loro complesso e ha fatto rivivere i fantasmi di un fallimento generalizzato. I premi di rischio delle banche italiane hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi anni, superando anche il debito greco. Da un recente studio della Banca dei Regolamenti Internazionali emerge che il debito pubblico italiano rappresenta quasi il 20% del patrimonio delle banche italiane, uno dei livelli più elevati al mondo.

Ma non solo le banche italiane sono esposte. BNP Paribas, la più grande banca francese, detiene 16 miliardi di euro di debito sovrano italiano. Dexia, il prestatore franco-belga crollato due volte e salvato due volte tra il 2008 e il 2011, ha un debito italiano di 15 miliardi di euro. E gli spagnoli del Banco Sabadell, già nel bel mezzo di una crisi immensa, hanno investito 10,5 miliardi di euro in obbligazioni italiane, l’equivalente di quasi il 40% dell’intero portafoglio di immobilizzazioni.

Anche quando Mattarella revocò il veto e si formò il nuovo governo, la tempesta finanziaria continuò e la Borsa di Milano continuò a scendere. Ma le parole del nuovo ministro delle Finanze Giovanni Tria, che non aveva parlato per una settimana, hanno calmato i mercati quando ha promesso di rimanere nell’euro, di ridurre il deficit e il debito. Il segnale successivo è stato dato dallo stesso Savona, il quale ha affermato che era essenziale rimanere nell’euro. Da parte sua, Conte, riunitosi al G7, pur avendo cercato qualche complicità con Trump, finì per fare causa comune con gli altri paesi europei, ripudiando la guerra monetaria e commerciale promossa dagli Stati Uniti.

Come si vede, gli sconvolgimenti politici che l’Italia sta vivendo sono l’ennesimo episodio della crisi globale, in particolare in Europa, e sono ben lungi dall’essere finiti. Nei prossimi giorni, la BCE annuncerà l’entità dei tagli alle politiche di stimolo e di acquisto del debito che sono serviti da motore di spinta per le finanze dell’area dell’euro e dell’Italia.

 

Guerra agli immigrati, guerra alla classe operaia

La xenofobia è un marchio di nascita del discorso nazionalista-reazionario della Lega. Salvini, suo capo supremo, vice primo ministro e ministro dell’Interno, ha agito vietando lo sbarco dell’Aquarius, una nave carica di immigrati libici. La situazione è dantesca, 629 anime sono sovraffollate in alto mare, tra cui più di 150 sono bambini senza adulti per accompagnarli. La Spagna ha accettato di accoglierli, ma ciò implica più di tre giorni di trasferimento e un rischio significativo di naufragio. La messa al bando di Salvini ha avuto il pieno appoggio e la collaborazione del Ministro delle Infrastrutture, Danino Toninelli, dell’M5S, e del Presidente del PD, Mattarella. Il regime politico italiano è comandato da bestie.

L’afflusso di migranti in Italia è stato di 180.000 nel 2016 e 120.000 nel 2017. La causa principale di questo vero e proprio esodo è la guerra in Libia e in tutto il Medio Oriente, di cui l’Italia è il motore. Le condizioni di lavoro in semi schiavitù a cui gli immigrati sono sottoposti da anni sono al centro dell’economia agricola italiana, in particolare nel Mezzogiorno. Secondo il New York Times, l’Italia è il secondo Stato peggiore dell’Unione europea in termini di schiavitù, dopo la Polonia. I diritti dei lavoratori agricoli sono diminuiti di cento anni nelle regioni in cui la disoccupazione è del 29% (provincia di Crotone, estremità meridionale dello stivale). Il movimento sindacale deve essere unito contro l’uso dell’immigrazione per fare pressione sulle condizioni di lavoro e sui salari, la xenofobia cerca di troncare questa unità e trasformare gli immigrati nel capro espiatorio della crisi capitalista.

La promessa del M5S di un sussidio di 780 euro per i disoccupati è una trappola, in quanto costringerebbe il beneficiario ad accettare una proposta di lavoro precario in cambio del sussidio, che sarebbe mascherato lavoro precario coperto sotto la maschera di un piano sociale. Si tratta quindi di una sovvenzione statale della forza lavoro a favore di imprese private.

Prospettiva

La crisi globale si sta facendo strada come un terremoto. L’Europa nel suo insieme è entrata in un periodo di grande crisi, che metterà alla prova le forze in sua presenza. La burocrazia della CGIL, strenua sostenitrice della legalità borghese e responsabile delle sconfitte delle principali conquiste del proletariato, è in uno stato di totale immobilità. L’emergere di sindacati di base e di correnti di opposizione tra i lavoratori può significare una prospettiva di uscita. Ma i lavoratori hanno bisogno di un approccio politico. La classe operaia italiana deve sviluppare un’alternativa all’impasse e alla battuta d’arresto imposte dalla burocrazia stalinista, dal centrosinistra, dagli eurocomunisti. Un bilancio storico è necessario per concludere sulla necessità dell’indipendenza politica del proletariato e del governo dei lavoratori.

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